Planimetrie del sito di Casalpiano(immagini)
a zona
archeologica di Casalpiano si colloca in un' ampia superficie pianeggiante
di media collina posta ai margini del basso Molise e attraversata dal corso
del fiume Biferno.
Il
paesaggio è caratterizzato dal tratturo Celano - Foggia, importante strada
in terra battuta che trova qui uno dei tratti meglio conservati. Nel periodo
repubblicano questo territorio era parte integrante dell'ager dell'antica
Larinum.
In questo lasso di tempo (IV-I sec. a.C.) la zona presentava
una serie di insediamenti fortificati tra cui alcuni di buone dimensioni;
tra i più significativi vanno annoverati quello di Ferrara presso Lucito,
quello di monte Mauro presso Castelmauro, quello di Guardiola presso Guardialfiera
e quello di Gerunium presso Casacalenda.
Ad essi può essere aggiunto il vicus di Sicalenum, il
cui nome ci è oggi noto attraverso un'importante iscrizione romana voluta
dagli
incolae Sicaleni e conservata in una chiesa di Casacalenda; essa ci conferma
l'antichità del nome di Casacalenda: Casa(le)(si)calena.
Altri insediamenti rurali, che trovano documentazione
per periodi anche successivi, sono probabilmente da collocare ad Olivoli
ed a S. Barbato, sempre nell'agro di Casacalenda (qui sono state rinvenute,
tra altri materiali archeologici, anche alcune iscrizioni romane (CIL, IX,
737, 77), e in località Vicenne - Fonte Maggio, nei pressi della vicina
Petrella, dove è da riconoscere la presenza di una villa romana di proprietà
della gens Apia (De Benedittis 1991, p. 260).
L'area di Casalpiano fu probabilmente interessata da
alcuni importanti episodi della seconda guerra punica; Annibale infatti,
nel 217 a.C., si diresse in queste zone con l'intenzione di depositare il
bottino preso ai Romani e di passare l'inverno a Gerunium. In questo frangente
le tribù sannite subirono il peso del pugno di ferro di Annibale in più
di un'occasione, forse perché egli cercava di convincerle che Roma le stava
abbandonando alla sua non troppo tenera potestà.
Probabilmente per questo atteggiamento le popolazioni
sannite si avvicinarono a Roma e furono proprio loro, lo stesso anno, ad
infliggere la prima sconfitta ai Cartaginesi.
L' opportuna comparsa vicino a Gerunium di ottomila uomini
della fanteria sannita e di cinquemila cavalieri guidati dal pentro Numerio
Decimo di Bovianum, salvò dalla disfatta il romano M. Minucio Rufo, turbolento
magister equitum dei Fabii, e Annibale fu costretto a ritirarsi con qualche
perdita (Salmon,p. 313).
Attorno
a Gerunium, tra i campi di grano saccheggiati da Annibale in questo lasso
di tempo per recuperare le vettovaglie che gli mancavano sono probabilmente
da annoverare anche quelli
di Casalpiano. Qui infatti, sotto la chiesa di S. Maria, già sorgeva un
insediamento rurale di cui ci restano poche, ma significative tracce consistenti
in frammenti di ceramica a vernice nera risalenti a questo periodo, cosa
che si ritrova anche in altri siti (Llyod 1991, pp. 261 - 262).
Questo insediamento rurale, molto probabilmente proprio
a seguito del succitato conflitto, sarà ampliato ed ammodernato; documenti
dell' importanza del rinnovamento sono i pavimenti in signino, sorprendentemente
ben conservati, posti a lato della chiesa di S. Maria. Il tipo di pavimentazione
consiste nel distribuire sul piano, dopo opportuna preparazione, uno strato
di malta mista a frammenti di tegole o altro materiale ridotto in polvere;
la tecnica, ben conosciuta a Cartagine, trova rapida diffusione anche in
Italia forse proprio dopo le guerre puniche; tra i prigionieri cartaginesi
dovevano esservi maestranze in grado di realizzare questo raffinato tipo
di pavimento che si diffonde in Italia proprio dopo il II sec. d. C.; sono
questi i pavimenta Poenica marmore Numidico constrata (Gaggiotti, pp. 215
- 221).
A Casalpiano sono stati rinvenuti fino ad ora almeno quattro di questi pavimenti
di cui due in buono stato di conservazione.
Quello meglio conservato è un pavimento in battuto bianco
(massicciata di calcestruzzo composta di calce bianca, pozzolana e polvere,
ma anche scaglie) detto anche caementum marmoreum (Middleton, 1, p. 303)
ornato da tessere nere distribuite secondo un ordito a reticolo di losanghe
delimitato da semplice riquadratura lineare.
Subito al lato del precedente è un pavimento in signino
caratterizzato da piccole tessere bianche disposte ad intervalli regolari
e delimitato da un meandro di svastiche e quadrati. Di un secondo pavimento
in signino restano pochi brandelli all'interno della chiesa sotto il livello
pavimentale; esso è caratterizzato da grandi tessere irregolari di colore
verde: a questi andranno aggiunti anche altri pavimenti che fino ad ora
trovano documentazione in frammenti rinvenuti fuori contesto come le piccole
mattonelle relative ad un pavimento in opus spicatum, così denominato perché
i mattoncini venivano disposti a spina di pesce.
Sono queste le prove più consistenti del rinnovamento
avvenuto dopo il II sec. a.C.; esse rappresentano la parte più significativa
di una villa rustica che si propone all'attenzione della ricerca storica
per le capacità di assimilazione di tecniche e motivi che si stanno imponendo
in Italia in questo periodo; questi dati rivestono anche maggiore importanza
se si considera il contesto territoriale in cui sono stati rinvenuti, quello
del Sannio interno, in cui fino ad ora solide e ricche strutture come queste,
legate al mondo agricolo, venivano ritenute quasi del tutto estranee in
considerazione della cultura pastorale che dovrebbe caratterizzare il mondo
sannitico.
E' questa sicuramente la parte più importante della villa,
la pars dominica, la residenza dei proprietari che verrà ulteriormente migliorata
all'inizio dell'Impero. Sono buoni testimoni due tratti murari in opera
reticolata, collocati uno a ridosso del calidarium ed uno nei pressi dell'attuale
canonica.
Si
tratta di un tipo di muratura a cortina piena, adottato dai primi anni dell'Impero
in poi, che trova la documentazione più appariscente e significativa nel
Sannio nelle mura di Saepinum. Essa richiede manodopera specializzata; ciò
farebbe presumere la presenza a Casalpiano di maestranze non locali, forse
le stesse che operarono a Saepinum. L'opera reticolata, opus reticulatum,
era così chiamata per la forma di reticolo che assumevano i muri; i paramenti
esterni venivano realizzati infatti mediante la sovrapposizione di cubilia,
piccole piramidi tronche con base quadrangolare che davano alla fine l'impressione
di una rete di rombi.
Alla costruzione di questi muri è connessa la realizzazione
di un impianto termale del tipo più evoluto. Le termae sono ben note nel
mondo romano già dal periodo repubblicano; originariamente esse erano riscaldate
con bracieri (vedi ad esempio il tepidarium delle terme del foro a Pompei);
all'inizio del 1 sec. d.C. fu inventato un nuovo modo di riscaldamento che
si diffuse rapidamente e che in seguito fu adottato anche per ambienti di
abitazione (Cicerone, Ap. Non., 194; Valerio Massimo, IX, l; Plinio, Naturalis
Historia, IX, 54 e XXVI, 3); il merito si attribuisce a Sergio Orata, noto
industriale arricchitosi a seguito di una felice iniziativa, quella di coltivare
delle ostriche in vivai; fu lui, a quanto pare, ad inventare le balneae
pensiles; il sistema consisteva nel far circolare sotto i pavimenti e lungo
le pareti l'aria calda generata dalla combustione proveniente dal focolare
(hypocausis,
praefurnium). A tale scopo il pavimento poggiava su pilastrini (suspensurae)
uniformemente distribuiti e costituiti di bessales (mattoni di circa 20
cm di lato, 2/3 di piede romano) ed in seguito di laterizi rotondi dello
stesso diametro; è quest' ultimo tipo quello presente nella villa di Casalpiano.
Le termae della nostra villa presentano già completo
l'ordinamento del bagno romano che era composto di tre apposite camere:
il frigidarium (bagno freddo), il tepidarium (ove circola aria calda) e
il calidarium (bagno caldo), preceduti dall' apodyterium (spogliatoio);
questa successione preparava ad una graduale perfetta riuscita del bagno;
a questi locali va aggiunto il laconicum, la camera destinata alle essudazioni.
Il riscaldamento del pavimento come delle pareti veniva
ottenuto mediante l'immissione di vapore caldo proveniente da una caldaia
sotterranea; era dunque un bagno di sudore completato con massaggi e seguito
da lavaggi in acqua calda e fredda (Galeno, De Methodo medendi, XI, 10).
Non è chiaro se nel nostro caso si tratti dei balnea
minora, relativi alla parte rustica, o dei maiora, quelli cioè complessi
ed articolati delle grandi ville del 1 sec. d.C.; quelli piccoli erano di
norma posti vicino alla cucina ed al forno da cui ricevevano calore; erano
questi i bagni utilizzati sia dal villicus che dal dominus e, nei giorni
festivi, anche dagli schiavi (Columella, De Re Rustica, 1,6).
A Casalpiano è stato individuato con certezza il calidarium;
gli elementi strutturali ad esso connessi fanno pensare anche a trasformazioni
subite dalle stesse terme (un cunicolo tampognato in antico è ben visibile
sulla parete laterale dell'ambiente che segue il calidarium).
La presenza di carbone nel locale che precede il calidarium
(ancora per buona parte da esplorare archeologicamente) fa pensare che il
praefurnium sia da collocare in questo ambiente.
L'impianto di Casalpiano si presenta nella forma più
elaborata in quanto qui sono stati rinvenuti i tubuli, sorta di tubi in
cotto che permettevano all'aria calda di distribuirsi uniformemente lungo
le pareti; l'uso dei tubuli si diffonde a partire dalla metà del 1 sec.
d.C. (Adam, pp. 294 295); in precedenza le pareti presentavano un'intercapedine
formata dalle cosiddette
tegulae mammatae,
larghe tegole piatte con delle alte prominenze negli angoli; quest' ultimo
sistema è stato rinvenuto nel Sannio in un'altra villa romana trovata nei
pressi di Gambatesa, in località Piana delle Noci.
Le pareti, qualche volta rivestite di marmi, nel nostro
caso presentano affreschi di cui sono stati rinvenuti piccoli brandelli
policromi durante gli scavi.
Gli ambienti termali a Casalpiano mostrano un orientamento
leggermente diverso dagli altri più antichi; di dimensioni diverse, hanno
anche pareti accostate fra di loro senza omogeneità alla forma generale
della pianta della villa, ciò in quanto l'impianto termale dovette adattarsi
alle strutture precedenti.
Era in queste termae che faceva i bagni Rectina, personaggio
ben noto al mondo archeologico per essere ricordato in un'epigrafe romana
rinvenuta proprio qui; l'iscrizione era stata fatta a ricordo del ritorno
di questa donna, scampata all'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.; da ciò l'ara,
quale ex voto, innalzata da un liberto per il ritorno della domina (Van
Buren, pp. 73 - 85).
L' iscrizione ha infatti fatto ricollegare la nostra
Rectina a quella ricordata in una lettera di Plinio il Giovane (Plinio il
Giovane, Epistulae, VI, 16) in cui lo scrittore latino ricorda i momenti
e le cause della morte di suo zio all'amico Tacito.
Nella lettera egli ci racconta
quanto successe allo zio il giorno dell'eruzione del Vesuvio; in quel periodo
questi era alla guida della flotta imperiale che si trovava presso il porto
di capo Miseno, non lungi; l'evento solleticò la curiosità dello scienziato;
egli si stava avviando con una piccola nave a prendere visione da vicino
dello strano fenomeno, quando gli fu portato un bigliettino di Rectina che
lo pregava di andarla a salvare in quanto non aveva altra via di fuga se
non quella dal mare. (Lettera)
La nostra Rectina dunque aveva una splendida villa presso
il capo Miseno, dalla parte di Erculaneum, la zona dove si recavano a fare
i bagni le famiglie più ricche e notabili dell'epoca.
Il racconto di Plinio il Giovane non aggiunge altro sulle
vicende della nostra Rectina, ma l'iscrizione trovata a Casalpiano ci rende
ragionevolmente certi che la padrona della nostra villa riuscì a trovare
il modo di salvarsi al punto da andare a trascorrere il resto del tempo
a Casalpiano. Dalle parole di Plinio il Giovane si ricava che la donna,
amica di Plinio il Vecchio, era moglie, o meglio vedova, per alcuni di Casco,
per altri di Caesio (in lui si è voluto riconoscere da qualcuno il poeta
Caesius Bassus; costui era amico ed editore di un altro grande scrittore
latino, Persio; secondo alcune fonti classiche, Cesio Basso sarebbe morto
proprio durante l'eruzione del Vesuvio), per altri ancora (Van Buren, pp.
80 - 81) di Tuscus; Rectina, a giudicare dall'iscrizione, era della gens
Salvia, di conseguenza il Van Buren propone di identificarla in una Salvia
Rectina Tusci.
In questi stessi ambienti ebbe modo di circolare anche
Marcus Anicius Gaionas, che sicuramente era uno degli addetti al buon funzionamento
della villa; più tardi, forse nel III sec. d.C. lavorarono nella villa Natalis
e Primigenius, una coppia di schiavi.
Tra
le varie incombenze che avevano gli abitanti della villa c'era anche la
lavorazione dell' argilla; le stesse lucerne vengono realizzate al suo interno,
lo studio dei materiali rinvenuti durante gli scavi potrà fornirci dati
importanti sulle attività produttive che vi si svolgevano. Già sappiamo,
comunque, che le strutture dell'edificio scompaiono prima del VI sec. d.C.;
a darci questo prezioso dato è il rinvenimento di una necropoli sicuramente
utilizzata nel VI sec.; le tombe vengono collocate un po' dovunque secondo
un preciso orientamento (est-ovest) a coprire almeno una metà della villa,
in particolare quella dei mosaici.
Fino
ad ora sono state rinvenute più di cinquanta tombe relative ad uomini, donne
e bambini. L' ambiente è quello della cultura latina.
1 dati che potranno ricavarsi dallo studio della necropoli
sono moltissimi, tuttavia uno assume un significato particolare: quello
cronologico. In effetti due sono i fatti storici importanti che hanno interessato
il Sannio in questo periodo: gli Ostrogoti e la guerra greco-gotica, la
prima dell'inizio del V sec., la seconda della metà del VI. 1 materiali
finora rinvenuti non sono tali da far decidere per l'uno o per l'altro episodio,
tuttavia il secondo sembra il più probabile.
Alarico, infatti, dopo la scomparsa del generale romano
Stilicone (408) accusato ingiustamente di tradimento, ripiombò in Italia
con i suoi Visigoti; saccheggiò prima Roma per tre giorni (410) quindi mosse
verso l'Italia meridionale mettendola a sacco; la morte improvvisa presso
Cosenza interruppe il proposito di Alarico di passare in Africa. Con decreto
dell'amministrazione centrale datato 8 maggio 413 le province di Tuscia,
Picenum, Samnium, Apulia, Calabria, Brutium e Lucania ebbero l'esonero dalle
contribuzioni per 5 anni (Lloyd).
L' altro episodio, quello della guerra greco-gotica,
può datarsi al 535, con lo sbarco delle armate bizantine in Sicilia; la
guerra durò con alterne vicende ben venti lunghi anni, causando il collasso
economico e demografico di tutta la penisola. Le operazioni militari videro
il Sannio più volte al centro di scontri per il ruolo strategico che la
regione aveva nel collegare le province centro- settentrionali con la provincia
dell'Apulia et Calabria, a cui erano legati i rifornimenti di grano e i
porti da cui potevano affluire i rinforzi dall'Oriente.
Proprio in questi anni, nel 545, il re goto Totila riprese
ai Bizantini le province meridionali e realizzò la sua "rivoluzione" agricola
che tendeva ad allontanare i coloni dai proprietari. Totila incominciò a
riscuotere direttamente il canone che prima era dato al padrone e l'imposta
che si versava al fisco (Procopio, De Bello Gotico, 111, 18); gli effetti
tuttavia non diedero i risultati sperati e Totila fu definitivamente sconfitto
nel 553.
E' di poco successiva (556-561) la lettera di papa PelagioI
in cui veniva invitato Giovanni, vescovo di Larinum, ad impedire che i laici
si intromettessero nell'amministrazione dei monasteri del Sannio, ed a controllarne
il buon andamento produttivo (Gassò-Battle, pp. 212 - 213).
Proprio su questa realtà si riversa l'invasione longobarda
che porterà alla scomparsa nelle campagne dei ricchi funzionari bizantini.
Ad essi si sostituiranno i guerrieri longobardi mentre i coloni di queste
aziende, come quella di Casalpiano, dopo aver mutato la loro condizione
schiavile in una dipendenza da chi detiene il potere, torneranno a coltivare
le loro terre versando come contributo un terzo dei loro prodotti.
Nella seconda metà del VII secolo nel Sannio incominceranno
a comparire le farae, tipici insediamenti rurali di questo periodo, di cui
una poco nota presso la vicina Guardialfiera, a ridosso del Biferno ed accanto
ad esse gli stanziamenti benedettini.
Le antiche ville rustiche di età imperiale verranno parzialmente
riadattate e tra i ruderi si distribuiranno piccoli cimiteri; in questa
realtà andrà inquadrata anche la necropoli di Casalpiano. Allo stato attuale
delle ricerche l'inconsistenza dei corredi tombali indica uno stato sociale
ed economico degli inumati piuttosto povero.
Che cosa succederà qui dopo non possiamo ipotizzarlo;
dobbiamo attendere l'anno mille per avere nuove notizie certe su Casalpiano.
Nell'agosto del 1017 infatti il presbitero Pietro offre
all'abate Atenolfo di Monte Cassino la sua parte della chiesa di S. Maria
di Casalpiano.
Nell'ottobre dello stesso anno Martino, anch'egli monaco
e presbitero, offre sempre all'abate Atenolfo la parte di sua pertinenza
della chiesa di S. Maria di Casalpiano e la chiesa di S. Apollinare in Casalpiano
(Bloch, pp. 276 - 277).
Il dato d'archivio ci consente di affermare che già prima
dell'anno mille nella zona esistevano due chiese, ma anche che il toponimo
Casalpiano è altomedievale; inoltre lascia intravedere la presenza qui di
uno di quegli insediamenti minori denominati anche fundi, vici, curtes,
o loci; a differenza però dei fundi e delle curtes i casali qualche volta
sembrano essere centri amministrativi minori, più che semplici organismi
patrimoniali; la probabile tradizione romana del toponimo indurrebbe a pensare
ad una continuità dell'antico insediamento e che quindi il casalis non sia
altro che la villa tardo-antica ribattezzata.
Come si presentasse questo insediamento non siamo in
grado di affermarlo, anche se è da presumere che fosse formato da una serie
di edifici con relativi annessi: magazzini, depositi di attrezzi, forni,
stalle ed altro ancora, ed anche, come abbiamo visto, due chiese.
Dove si situasse S. Apollinare non è possibile dirlo
con precisione; i dati archeologici a riguardo non sono molti, tuttavia
sono tali da permetterci almeno un'ipotesi; in effetti lo spazio posto tra
la parete laterale di S. Maria e la cappella di S. Michele non presenta
tombe altomedioevali, mentre è bene evidente un ossario; il dato farebbe
presumere la presenza di un edificio religioso a lato di S. Maria in cui,
con l'opportuna prudenza, potrebbe collocarsi la chiesa di S. Apollinare,
di cui non avremo più notizie nei successivi documenti pervenutici.
Le strutture romaniche di S. Maria e della relativa cappella, con la tipica
decorazione ad archetti pensili, pur nella loro semplicità, rimandano al
romanico molisano, stile che trova la sua massima diffusione tra XIII e
XIV sec. (Trombetta, p. 505). Al riguardo abbiamo un documento del 1215/39
(Leccisotti, p. 103) relativo ad un debito di Montecassino di XIV once con
Oddo Preposito
"pro recolligenda ecelesia S. Marie de Casalpiano".
Non è possibile stabilire se sia da riferire a questa
S. Maria di Casalpiano o a quella scomparsa presso S. Martino in Pensilis,
tuttavia gli elementi stilistici bastano ad attestare che questa chiesa
viene completamente ristrutturata proprio in questo lasso di tempo.
Della decorazione architettonica delle chiese precedenti
resta assai poco; nelle strutture di fondazione della canonica, come nel
campanile o nel portico d'ingresso preceduto dall'arco con iscrizione o
anche nelle strutture che delimitano una tomba (TE11) compaiono interessanti
blocchi lavorati che presentano una particolare decorazione a specchiature
data da un reticolo di rombi, di quadrati o di triangoli ricavati (o meglio
graffiati) su blocchi di pietra a superficie liscia; questa forma di ornamentazione
crea, in particolari condizioni di luce, originali effetti cromatici.
Blocchi con analogo tipo di decorazione sono presenti,
sempre come materiali di spoglio, sia nella cattedrale di Guardialfiera
che nella parrocchiale di Provvidenti (S. Maria Assunta), tutti centri prossimi
a Casalpiano.
1 dati archeologici ci consentono di affermare che queste
pietre lavorate sono relative alla chiesa preromanica di S. Maria di Casalpiano;
la conformazione di due di questi massi ci permette di stabile che lungo
le pareti si aprivano delle aperture sormontate da piccoli archi decorati
con triangoli, se non delle vere e proprie monofore.
Dare una collocazione cronologica precisa a questo edificio
non è possibile; tuttavia abbiamo qualche riferimento; uno di questi frammenti
infatti compare in una tomba che presenta orientamento trasversale rispetto
a quelle più antiche; l'elemento, nonostante la sua importanza, attualmente
ci permette solo di dire che, quando l'orientamento delle tombe cambia,
la chiesa a specchiature non esiste più. Considerando che una di queste
sepolture con diverso orientamento si sovrappone ad uno dei muri che potrebbe
far parte della vecchia chiesa, è da ipotizzare che quando le tombe cambiano
orientamento, quella che si presume fosse S. Apollinare non esiste più;
è inoltre da non sottovalutare che dopo il sec. XI non abbiamo più documenti
che citino S. Apollinare; mentre non sentiremo più parlare di S. Apollinare,
le vicende storico-amministrative di S. Maria di Casalpiano si legheranno
a quelle di un'altra importante prepositura: quella di S. Eustachio, posto
tra Colletorto, San Giuliano di Puglia e Bonefro.
Questo monastero compare per la prima volta nel 1049
quando viene donato da "Adelferius, comes de Beneventano principatu" da
sua madre Adeleita e da sua moglie Adeltruda all'abate Richerio di Monte
Cassino.
S. Eustachio, secondo quanto tramandatoci dal documento
di donazione, è da collocare "in proprio territorio nostro propinquo castello
nostro qui
dicitur Sancto Juliano", attualmente San Giuliano di Puglia.
Il monastero è chiamato di Pantasia o di Ficarola (Leccisotti,
p. 104, nt. 2), toponimo che ancora sopravvive in una località posta a pochi
chilometri ad ovest di San Giuliano di Puglia.
L'abate Desiderio include S. Maria di Casalpiano e S.
Eustachio di Pantasia tra le prepositure che dovevano ogni anno fornire
un pranzo al monastero principale (Leccisotti, p. 106, nt. 9).
Tra il 1285 ed il 1288 Casalpiano è ancora unita a S.
Eustachio (Leccisotti, p. 107, nt. 14) e lo rimarrà ancora per quasi due
secoli.
Sappiamo infatti che alla metà del XIV sec. è posto alla
guida delle due prepositure Giacomo da Pesche, monaco a cui viene conferito
l'incarico dall'abate AngeloIII (1362-1366) e che prende il posto di Michele
da Cervaro; nel 1381 l'abate cassinese Pietro de Tartaris conferisce l'incarico
per entrambe le prepositure al monaco Nicola da Morrone richiamando in monastero
Cristoforo da S. Germano (Leccisotti, pp. 121 - 122); nel 1441 viene visitata
dai monaci cassinesi Marino di Prussia e Battista da Rimini, mentre nel
1454 riceve la nomina di preposito di S. Maria il monaco cassinese Marco;
probabilmente egli non ne prende possesso in quanto proprio in quel periodo
S. Eustachio è divisa da S. Maria di Casalpiano per essere unita alle prepositure
di Troia ed Ascoli; tra queste giunge ad occupare il primo posto.
E' questo anche il periodo in cui s' incominciano ad
affidare le prepositure a persone estranee all' ordine monastico, ma è anche
il momento in cui il Molise viene colpito dai terrificanti effetti del terremoto
del 1456; è dunque da ritenere che questa sia una delle cause che non fanno
andare il monaco cassinese Marco a Casalpiano.
Nelle cronache dell'epoca non si parla di danni derivanti
dal terremoto per Morrone del Sannio né per San Giuliano di Puglia, tuttavia
vengono ricordati quelli subiti da Casacalenda che
"penitus humi prostratum sexaginta personas illa ruina oppressit."
(Figliuolo, 11, p. 74); pur mancando il dato d'archivio che ci permetta
di sapere se Casalpiano abbia subito degli effetti negativi da questo cataclisma,
è presumibile che il terremoto abbia ugualmente inciso sulla vita che si
svolge a Casalpiano; infatti, anche se essa non sarà danneggiata, ne subirà
le conseguenze indirette, in quanto è da presumere che la zona verrà colpita
da una grave crisi demografica ed economica.
Ne è una conferma la ricostruzione fatta eseguire dall'arciprete
di Morrone, don Ippolito de Monsiliis, terminata nel 1531.
1 lavori, ricordati da un'iscrizione collocata sull'arco
d'ingresso, pur se con qualche incertezza del lapicida, dice infatti:
"Has aedes abbas Hippolitus Archip. Morroni ad honoph (sic) PB (sic)
Virginis a fundamentis templum conlapsum erexit A.D. MDXXXT';
è indubbio che di questa ricostruzione fa parte anche il romitorio, struttura
che va a sostituirne una più antica, di cui sono ancora visibili i muri
di fondazione al suo interno con orientamento assai diverso e la recinzione
in muratura che delimita l'arca interna con il pozzo; di essa oggi restano
poche tracce delle fondazioni sul lato sud.
La chiesa di S. Maria subisce successivamente anche altre
trasformazioni; tra queste una delle più decise è quella operata da monsignor
Pianetti, che di S. Maria di Casalpiano è abate tra il 1706 e il 1725, anno
della sua morte. Il Pianetti, che diviene anche vescovo della diocesi di
Larino, oltre a ricostruire gran parte del muro sinistro della chiesa, è
molto probabilmente colui che decide di far ruotare completamente la chiesa
su se stessa spostandone l'abside sul lato opposto e ponendo il portale
al posto della prima. Queste trasformazioni, leggibili sulle strutture dell'
attuale parte posteriore (dove le murature dell'abside non legano con quelle
più antiche), sono percepibili anche sull' attuale ingresso dove le successive
trasformazioni non hanno cancellato completamente, almeno nella parte alta,
i resti dell'antica abside. A lui è anche probabilmente da attribuire la
costruzione dell'attuale campanile; ciò è in parte confermato dalla lettura
della visita pastorale che monsignor Giuseppe Catalani fa alla chiesa nel
1689 in cui nella descrizione si dice esplicitamente che la campana è appesa
nel frontespizio, dato questo che farebbe escludere la presenza del campanile
alla fine del sec. XVII (ADL).
Il nuovo portale, basso e tozzo, verrà modificato e ricostruito
in stile neoclassico nel dopoguerra anche per agevolare l'ingresso e l'uscita
della statua della Vergine; della vecchia decorazione resteranno le piastrelle
datate 1893 poste sopra l'attuale portale con la rappresentazione di S.
Michele.
Ben poco è possibile dire sul battistero, la cui cronologia
è variamente interpretata; se certamente viene costruito prima del campanile,
a cui è sottoposto, nonostante qualche rifacimento piuttosto recente, come
la finestra gotica sull'ingresso e l'interno, ben poco riescono a dirci
i dati d'archivio; tanto meno permettono di affermare i dati archeologici,
se non che le strutture perimetrali sono circondate da tombe di cui però
si attende lo scavo.
Altrettanto è da dirsi per il monumentale rudere che si colloca a lato di
S. Maria; l'enorme chiesa, con il suo catino ancora integro, non presenta
particolari elementi decorativi tali da poterci permettere una sua definitiva
collocazione cronologica; le sue colonne tozze ed i capitelli, sostanzialmente
lisci, non sono certo di aiuto; lascia tuttavia perplessa la scelta di definirlo
altomedioevale o precedente alla chiesa romanica; le sue dimensioni, l'altezza
delle strutture farebbero propendere per una sua collocazione in ambiente
goticizzante; gli speroni posti a lato di S. Maria come sulla parete laterale
del rudere fanno tuttavia pensare che l'edificio non sia durato molto e
che gli interventi effettuati non abbiano dato alcun risultato. Forse in
futuro i dati che si potranno recuperare dallo scavo archeologico potranno
chiarirci definitivamente il problema cronologico di questo interessante
monumento.
Vale tuttavia la pena ricordare che anche S. Eustachio
era a tre navate (Magliano, p. 190) e che la metà del XIV sec. fu un momento
interessato da diversi interventi di restauro o di vere e proprie ricostruzioni.
E' il caso della vicina cattedrale di Larino; tuttavia anche strutture molto
più importanti subiscono rifacimenti sostanziali; è questo il caso della
badia di S., Vincenzo al Volturno che fu completamente distrutta a seguito
del terremoto del 9 settembre 1349, così come lo fu il monastero desideriano
di Montecassino. La pianta di questo edificio propone, così come in altri,
un rapporto di uno a due tra le dimensioni del prospetto e delle pareti
laterali (m 15 X 33); le dimensioni potrebbero sembrare notevoli, ma basta
un confronto con le misure di quella di S. Vincenzo al Volturno (m 23,5
X 48) per far considerare quelle del nostro rudere non certo esagerate.
Gianfranco De Benedittis